.

Cireglio, Le Piastre, Pracchia e Orsigna uniti in un unico Circolo del P.D.

15 maggio 2012
FINALMENTE UN CONSIGLIERE PER LA MONTAGNA!!



ALTERIO CIRIELLO, COORDINATORE DEL CIRCOLO 4paesiDemocratici,
E' STATO ELETTO CONSIGLIERE COMUNALE.
DOPO INNUMEREVOLI LEGISLATURE A VUOTO FINALMENTE ANCHE
LA MONTAGNA AVRA' UN SUO CONSIGLIERE COMUNALE.
    CON QUESTO NON VOGLIAMO DIRE CHE SI RISOLVERANNO TUTTI
I PROBLEMI DA CIREGLIO IN SU...INTANTO PERO' ABBIAMO UNA VOCE IN CONSIGLIO
COMUNALE, VOCE PRONTA AD ASCOLTARE ED A BATTERSI 
PER IL NOSTRO TERRITORIO.


15 maggio 2012
RISULTATI ELEZIONI ORSIGNA
 
2012 2007
SINDACO VOTI % PARTITI VOTI % VOTI %
BERTINELLI 45 72,58 PD 24 39,34 34 52,2
IDV 15 24,58 1 1,54 2012
SEL 1 1,64 ISCRITTI 90
FDS 0 0,00 2 3,08 VOTANTI 64
INSIEME PER PT 1 1,64 BIANCHE 0
INDIPEN. MODERATI 1 1,64 NULLE 2
VERDI PER LA PACE 1 1,64 4 6,15 VALIDI 62
PT SPIRITO LIBERO 3 4,92
46 75,40
SIMIONATO 2 3,23 LN 2 3,28 0 0
VOCE POPOLO 0 0,00
2 3,28
BARTOLOMEI 0 0 PER IL TERZO POLO 0 0,00 3 4,62
PT FUTURA 0 0,00
0 0,00
CELESTI 6 9,68 PDL 6 9,84 13 20
6 9,84
DEL BINO 8 12,9 5 STELLE 6 9,84
6 9,84
GUASTINI 0 0 CIVICA ECOLOGICA 0 0,00
0 0,00
BONACCHI 1 1,61 CITTADINI SOVRANI 1 1,64
1 1,64
CAPECCHI 0 0 PCL 0 0,00
0 0,00



permalink | inviato da 4paesidemocratici il 15/5/2012 alle 9:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 maggio 2012
RISULTATI ELEZIONI PRACCHIA
 
2012 2007
SINDACO VOTI % PARTITI VOTI % VOTI %
BERTINELLI 56 56,00 PD 37 37,76 44 33,85
IDV 2 2,04 4 3,08 2012
SEL 5 5,10 ISCRITTI 279
FDS 6 6,12 6 4,62 VOTANTI 111
INSIEME PER PT 0 0,00 BIANCHE 0
INDIPEN. MODERATI 0 0,00 NULLE 11
VERDI PER LA PACE 1 1,02 11 8,46 VALIDI 100
PT SPIRITO LIBERO 3 3,06
56 56,00 54 55,10
SIMIONATO 1 1,00 LN 1 1,02 1 0,77
VOCE POPOLO 0 0,00
1 1,00 1 1,02
BARTOLOMEI 7 7,00 PER IL TERZO POLO 2 2,04 5 3,85
PT FUTURA 5 5,10
7 7,00 7 7,14
CELESTI 18 18,00 PDL 18 18,38 42 33,21
18 18,00 18 18,38
DEL BINO 11 11,00 5 STELLE 11 11,22
11 11,00 11 11,22
GUASTINI 7 7,00 CIVICA ECOLOGICA 7 7,14
7 7,00 7 7,14
BONACCHI 0 0,00 CITTADINI SOVRANI 0 0,00
0 0,00 0 0,00
CAPECCHI 0 0,00 PCL 0 0,00
0 0,00 0 0,00

15 maggio 2012
RISULTATI ELEZIONI LE PIASTRE
 
2012 2007
SINDACO VOTI % PARTITI VOTI % VOTI %
BERTINELLI 147 47,12 PD 66 23,24 77 23,62
IDV 15 5,28 1 0,31
SEL 3 1,06
FDS 13 4,58 21 6,44
INSIEME PER PT 14 4,93
INDIPEN. MODERATI 4 1,41
VERDI PER LA PACE 4 1,41 25 7,67
PT SPIRITO LIBERO 13 4,58
147 47,12 132 46,49
SIMIONATO 10 3,21 LN 10 3,51 5 1,53
VOCE POPOLO 0 0,00
10 3,21 10 3,51
BARTOLOMEI 61 19,55 PER IL TERZO POLO 42 14,79 28 8,59
PT FUTURA 14 4,93
61 19,55 56 19,72
CELESTI 53 16,99 PDL 51 17,96 115 35,27
53 16,99 51 17,96
DEL BINO 26 8,33 5 STELLE 25 8,80
26 8,33 25 8,80
GUASTINI 7 2,24 CIVICA ECOLOGICA 4 1,41
7 2,24 4 1,41
BONACCHI 0 0,00 CITTADINI SOVRANI 0 0,00
0 0,00 0 0,00
CAPECCHI 8 2,56 PCL 6 2,11
8 2,56 6 2,11


15 maggio 2012
RISULTATI ELEZIONI CIREGLIO
 
2012 2007
SINDACO VOTI % PARTITI VOTI % VOTI %
BERTINELLI 289 61,36 PD 116 25,89 115 21,5
IDV 68 15,18 8 1,49 2012
SEL 19 4,24 ISCRITTI 938
FDS 19 4,24 22 4,1 VOTANTI 515 54,90
INSIEME PER PT 18 4,02 BIANCHE 12 2,33
INDIPEN. MODERATI 9 2,01 NULLE 32 6,21
VERDI PER LA PACE 11 2,46 44 8,21 VALIDI 471 50,21
PT SPIRITO LIBERO 31 6,92
289 61,36 291 64,96
SIMIONATO 15 3,18 LN 7 1,56 10 1,87
VOCE POPOLO 0 0,00
15 3,18 7 1,56
BARTOLOMEI 44 9,34 PER IL TERZO POLO 20 4,46 29 5,41
PT FUTURA 22 4,91
44 9,34 42 9,37
CELESTI 68 14,44 PDL 59 13,18 194 35,2
68 14,44 59 13,18
DEL BINO 46 9,77 5 STELLE 45 10,04
46 9,77 45 10,04
GUASTINI 3 0,64 CIVICA ECOLOGICA 1 0,22
3 0,64 1 0,22
BONACCHI 2 0,42 CITTADINI SOVRANI 0 0,00
2 0,42 0 0,00
CAPECCHI 4 0,85 PCL 3 0,68
4 0,85 3 0,68

21 aprile 2009
UN PARCO EOLICO SULLA MONTAGNA.
 UN PARCO EOLICO SULLA MONTAGNA. SIGLATO UN ACCORDO CHE POTREBBE PORTARE 100 MILIONI DI EURO DI INVESTIMENTI

100 milioni di euro da investire sulla montagna pistoiese. Questa è la prima stima della cifra che secondo la Provincia verrà investita nel prossimo futuro grazie al progetto di un parco eolico sulla montagna pistoiese. Stamani (n.d.r. 14 aprile) c'è stato un altro importante passo verso la progettazione e la realizzazione di questo impianto grazie a un protocollo d'intesa sottoscritto tra Assessorato allo sviluppo economico della provincia di Pistoia, la Provincia di Bologna, la Comunità Montana, i Comuni di Cutigliano e San Marcello, Solgenera spa e Consiag. Il Parco eolico permetterebbe la produzione di energia rinnovabile, creazione di posti di lavoro, e valorizzazione dell'ambiente. Molto importante anche l'eventuale collegamento tramite una funivia tra il versante toscano e quello emiliano della montagna: un cambiamento significativo che potrebbe portare un aumento del turismo, in prevalenza sciistico, sull'appennino.

Questa è la notizia. Voi cosa ne pensate?

Intanto dico la mia (che ovviamente non è il pensiero del circolo!). Sono un ambientalista, lo sono stato da sempre. La salvaguardia dell'ambiente è sacrosanta e certo le grandi eliche, magari messe proprio sul crinale, tipo Croce Arcana, non sono il massimo (come non lo sono del resto tutte le antenne che già ci sono). Però, cosa vogliamo fare? Facciamo a meno dei cellulari? Continuiamo a consumare petrolio inquinando atmosfera? Oppure le grandi eliche non sono che il male minore se mi producono energia pulita? A volte, l'eccessivo integralismo dei miei amici verdi mi lascia molto perplesso.....


18 settembre 2008
UN PO' DI STORIA....SUCCESSE A CIREGLIO NEL 1501
 La furiosa battaglia del 1501

Tra gli episodi di vita civile e politica del popolo di Cireglio, ci piace riferire, e rientra nell' ordine nostro, quello che avvenne nel 1501 attorno alla  bella Chiesa e sotto il suo annoso campanile.

Narrano dunque gli storici (Salvi, Fioravanti,ecc..) che un giorno i Cancellieri, per svago, per ozio, o meglio per pazza sete di sangue, allo scopo di non lasciare, come dicono i sopra citati storici, la gente assoldata inattiva, preso consiglio e deliberarono di attaccare e prendere i Borghi ed i Castelli di Brandeglio :

"Usciti per tanto (così il Fioravanti pag.388) bene armat , e con buon ordine di 600 fanti e 50 cavalli dalla città, si portarono ad assaltare per due parti Brandeglio, e il Castelluccio (sopra la Sega alla confluenza tra i due Vinci di Brandeglio ), che se non fossero stati disanimati da buona difesa, avrebbero presi quei luoghi e distrutt ; ma veduto non potere ottenere l' intento loro, si avanzarono verso Cireglio: e giuntivi il 24 Giugno, si posero a dargli un fiero assalto, e con facilità ottenutolo, lo posero a sacco e col fuoco lo distrussero. Fatto questo, andarono alla Chiesa, la quale col suo campanile era ripiena di gente e di roba, e l'assediarono in tal maniera che quei che la guardarono, si trovarono a dubbioso partito.

Ma rincuorati dalle femmine ivi rifugiate, che da generose amazzoni presero l'armi e respinsero i nemici, videro posta in sicuro la roba, e riacquistarono in breve tempo quel luogo che dagli uomini era stato abbandonato.

Allora i Cancellieri pieni di rossore e vergogna, ritornati al loro corpo, consigliarono i loro compagni a ritornare a Pistoia. E postisi in viaggio furono talmente dai Panciatichi perseguitati che i morti e i feriti superarono di gran lunga quei che sbanditi tornarono alla città.

Allora fu che portatisi i Panciatichi a Belriguardo, al Borghetto, e a Piazza, arsero tutte le case dei Cancellieri: e furono tanti i danni che fecero in quel giorno i fazionari che restarono dall' una e dall' altra parte più di 150 case abbruciate. "


4 settembre 2008
LA FERROVIA ALTO PISTOIESE - FAP

 Scendendo dal treno a Pracchia non poca curiosità desta, in coloro che vi giungono per la prima volta, il piccolo edificio prospicente con la scritta Ferrovia Alto Pistoiese: era questa, un tempo, la stazione capolinea di quel piccolo gioiello di ingegneria ferroviaria che, snodandosi per poco più di 16 km nel cuore dell’Appennino pistoiese, raggiungeva tra boschi e ampi prati, in un suggestivo scenario di monti San Marcello Pistoiese e Mammiano… Aperta nel 1926 … la Ferrovia Alto Pistoiese (FAP) costituì per un quarantennio una vitale arteria di collegamento tra l’Alto Appennino e la sua più vicina via di comunicazione su rotaia: la Porrettana …. Sorta più per scopi di collegamento industriale, la FAP vide con gli anni incrementare l’affluenza di turisti ed escursionisti che inizirono a servirsi del simpatico “trenino della montagna” per raggiungere mete da visitare o da cui far iniziare magnifiche escursioni verso la foresta del Teso, del Corno alle Scale o del Lago Scaffaiolo…
Con la guerra d’Etiopia prima e il secondo conflitto mondiale poi, la Fap toccò livelli record di trasporto raggiungendo, nel biennio ’35 – ’36, i 342.000 viaggiatori e le 52.000 tonnellate di merci traspoertate. Dopo le distruzioni operate dai tedeschi nel ’44, specie nel tratto Pontepetri – Pracchia, si ebbe una timida ripresa del traffico non sufficiente però a riequilibrare il deficit, pur essendosi provveduto a un’ulteriore riduzione dei dipendenti della Società, ridotti a sole 19 unità. Malgrado infatti fossero stati raggiunti notevoli livelli di trasporto (462.112 passeggeri nel 1957 passati però a 412.441 nel 1063) l’incremento di trasporto su gomma portò a rendere impossibile la coesistenza con quest’ultimo che, sempre più osteggiato, termina la propria esistenza con la sua ultima malinconica corsa del 30 settembre 1965.
 



26 agosto 2008
LA FERRIERA SABATINI DI PRACCHIA

 La Ferriera, voluta da Cosimo I de' Medici, fu realizzata a Pracchia nel 1542 come forno per la produzione della ghisa lungo il corso del fiume Reno. Fino alla fine del Settecento fece parte, con le altre ferriere della montagna pistoiese, del più importante polo siderurgico del Granducato di Toscana. Acquistata poi dalla famiglia Sabatini, rimase in attività fino alla metà del secolo XX. Nel 1992 una parte dell'edificio è stato recuperato e, in seguito, aperto al pubblico sotto la gestione dell'Ecomuseo della Montagna Pistoiese. È oggi inserito nell'itinerario del Ferro che, partendo dalla Ferriera, prosegue verso il Polo didattico del ferro, dove una serie di modellini azionabili dal visitatore riproduce i movimenti degli antichi macchinari. Il percorso si conclude con la visita al Giardino Didattico in cui è possibile vedere una simulazione del sistema di canali che serviva a convogliare le acque necessarie per la produzione di energia. L'apparato espositivo della Ferriera mostra alcuni strumenti di lavoro e i vecchi macchinari utilizzati per la fusione e la lavorazione del ferro dal XVI al XX secolo. Vengono, inoltre, mostrate, a scopo didattico, le operazioni di forgiatura e battitura del ferro. G

La presenza di numerose ferriere sulla Montagna Pistoiese si spiega grazie alla contemporanea abbondanza di acqua, che serviva per azionare i magli e i mantici, e di legname, che forniva il combustibile (carbone di legna). Per arrivare in montagna, il ferro doveva percorrere un tragitto lungo e laborioso. Dalle miniere dell'isola d'Elba il ferro veniva trasferito nei forni fusori della Maremma che riducevano il minerale in ferraccio. Da qui veniva caricato su imbarcazioni che lo trasportavano fino a Livorno o a Bocca d'Arno. Trasferito sui navicelli, risaliva l'Arno fino a Lastra a Signa. Quindi passava nel torrente Ombrone fino a Poggio a Caiano e, prima con barrocci e poi con animali da soma, giungeva fino alle ferriere della Montagna Pistoiese, dove veniva ridotto in grosse barre o in verghe dette cionconi. Questi ultimi venivano trasportati in altre fabbriche vicino alle ferriere, dette distendini, che li riducevano in piccole barre di diversi spessori e forme per mezzo di una specie di maglio (distendino) più piccolo rispetto a quello delle ferriere. L'ultima lavorazione veniva fatta nelle numerose officine artigiane o nelle fabbriche di chiodi, di filo di ferro, di badili e di canne da fucile.





8 agosto 2008
LA SELVA OSCURA NELLA VALLE DELL'ORSIGNA.
 Riportiamo un articolo/racconto di Tiziano Terzani su Orsigna

Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sentì solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi già abituati al buio della notte perché tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la più vecchia lo bloccò con la sua maledizione: «Ettore, quel che hai visto scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, subito morirai».
Passarono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la fontana e il bar gli parevano lontanissimi, gli venne da aprirsi il cuore. «Io le streghe le ho viste...». E fece i nomi. La mattina dopo, mentre era al lavoro, una carica di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco. Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono quando arrivai ad Orsigna. Ero bambino, venivo dalla città a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi ed a rispettare i tabù della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembrava averne uno e i loro nomi parevano fatti apposta per non far perdere alla gente la memoria delle loro origini, così come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve.
La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che lì ci si aggirava uno spirito, una notte d'inverno aveva voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile e al mattino l'avevano ritrovata stecchita, morta di paura. Il Fosso dello Scaraventa era dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato giù per le balze.
La Pedata del Diavolo era dove il demonio, che abitava nella valle dell'Orsigna - chiamata ai vecchi tempi «La Selva oscura» -, aveva appoggiato per l'ultima volta il piede, scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterne. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un solo filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai vecchi, m'incantarono.
Sono passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli più strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi sono liberato e l'Orsigna, con le sue duecento «anime», come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra.
«Orsigna, 806 metri sul livello del mare», dice il cartello all'inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi ci arriva non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto di una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni.
Al contrario dell'Abetone, Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'è mai successo nulla di storico, non ci si è fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese è quella sulla facciata della chiesa, coi nomi e le fotografie smaltate di una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande guerra. Il più vicino che un «grande» sia mai arrivato fu a cinque chilometri: quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa di un guasto alla locomotiva del treno che lo portava alle Terme di Porretta.
Io ad Orsigna ci venni per la prima volta nel 1945, portato da mio padre, che c'era stato da giovane, quando, per sciare, si legavano le palanche delle staccionate alle scarpe. Ci arrivammo a piedi, lungo la mulattiera. Non era un vero posto di villeggiatura e trovammo facilmente una camera da affittare. Per alcuni anni stemmo dall'Azelia, la postina, poi dalla Filide, una pastora che da ogni marito che le era morto aveva ereditato qualcosa e la cui casa era per questo una delle migliori del paese.
Ogni estate ero lì a badar le pecore coi ragazzi della mia età, a cercar funghi, a raccoglier mirtilli, a guardare la levata del sole da una delle cime, tutte sotto i duemila metri, ma tutte - per me - altissime. L'Orsigna è stata la mia scuola di vita. Qui ho fatto il primo ballo, ho avuto il primo amore, le prime paure, i primi sogni. Coi miei primi risparmi comprai il prato dove avevo mandato l'aquilone e con le pietre del fiume ci feci una casa come quelle degli altri, solo con la porta e le finestre più grandi. Il pensiero di quel posto m'è servito da bussola nei miei vagabondaggi nel mondo e quando ai miei figli, cresciuti sempre in paesi d'altri, ho voluto dare delle radici e mettere nella memoria l'odore di una casa a cui legare poi la nostalgia dell'infanzia, ho imposto loro, come regola di famiglia, di passare ogni anno due mesi ad Orsigna.
C'era in questa valle selvaggia con la sua gente senza storia - tranne quella d'una gran miseria - senza gloria - tranne quella delle leggende di cui si sentivano protagonisti - una misura di umanità che volevo i figli imparassero e si portassero dentro. Strana gente quella dell'Orsigna! Già i loro nomi mi impressionarono quando arrivai. Gli uomini si chiamavano Assuero, Smeraldo, Antimo, Elio; le donne Sedomia, Elide, Fortunata. A me, fiorentino, pareva strano che loro non sapessero bene chi fossero i loro antenati. Alcuni dicevano che venivano da una compagnia di ventura a cui un signore, non potendoli pagare, aveva dato in feudo la valle. Da qui i loro nomi di famiglia: Venturi, Caporali e quello d'un caseggiato chiamato il Vizzero. Altri dicevano che all'origine erano dei contrabbandieri che in questa valle inaccessibile e zona di confine fra le terre del Papa e quelle del Granduca di Toscana, evitavano di pagare il dazio alle Gabbellette (un posto si chiama appunto così) e varcavano la montagna in un punto impervio chiamato, non a caso, Porta Franca.
Certo è che in questa valle, scura di boschi di castagni e faggi, gli orsignani, lontani dalle città - Firenze e Pistoia - di cui diffidavano, erano cresciuti liberi e pieni d'orgoglio. Abitavano nei loro piccoli borghi sparsi lungo le coste dei monti; ed anche alla Chiesa, come si chiama ancora oggi il paese vero e proprio, ci andavano solo per la Messa, per giocare a carte, per bere e per comprare il sale ed i fiammiferi. Il resto lo facevan da sé. Eran pastori e dalle pecore e dai castagni tiravano tutto quello di cui avevano bisogno. Anche dal medico ci andavano solo in punto di morte. Alighiero sapeva bloccare il sangue di una ferita recitando una formula misteriosa; Ubaldo - quello vive ancora - con una sua formula segnava il fuoco di Sant'Antonio.
Gli orsignani era gente che aveva tempo. Con un filo d'erba in bocca, stavano per ore ed ore in cima ad un colle a guardare il gregge con tutto l'agio di pensare e di tacere. Mi parevano conoscere l'animo umano come pochi . Da ogni piccola vicenda mi sembravano capaci di tirar fuori l'archetipo con quella semplicità in cui, piano piano, ho imparato a riconoscere la grandezza. Erano, per necessità, grandi osservatori della natura e da quella tiravano sempre grandi lezioni ed il senso di un equilibrio che si rifletteva nel dar vita, a volte solo con un nome e una leggenda, ad ogni sasso, ad ogni forra.
Crescendo imparai ad apprezzarli sempre di più. Io andavo in capo al mondo a cercar di capire qualcosa; loro, senza saper né leggere né scrivere, restando sempre lì, ma facendo d'ogni piccolezza un capitale, s'eran costruiti un gran sapere, mi pareva. Tornavo dal Vietnam e Alighiero, che la guerra l'aveva vista solo una volta quando i tedeschi eran venuti a bruciare una borgata nella valle per rappresaglia d'un attacco partigiano, sembrava saperne tanto più di me. E forse era così. Io avevo visto per un attimo un grande bagliore, lui aveva visto il lento scorrere delle cose nella loro interezza. I cinesi hanno una bella espressione per descrivere come io vivevo - ed ancora vivo - «Guardare i fiori dal dorso di un cavallo». Proprio così: in 25 anni d'Asia ho visto tanti fiori, a volte straordinari, grandi, ma dall'alto di un cavallo, sempre di corsa, sempre a distanza, senza troppo tempo per soffermarmici. Gli orsignani hanno visto pochi fiori, forse piccoli, ma ci sono stati accanto, li hanno visti sbocciare, crescere, morire. E di quello straordinario ciclo della vita son diventati esperti. E liberi, anche dalla morte. Questo è un posto in cui tanta gente s'è suicidata come non volesse dipendere dai disegni di nessuno, neanche da quelli, all'ultimo, del loro Creatore. La Nunziatina, mia vicina, qualche anno fa, si buttò dalla finestra per poter andare ad occupare al cimitero la tomba che s'era resa libera accanto a quella del marito. Aveva sentito che un'altra donna del paese era stata portata all'ospedale e sapeva che, se quella moriva prima di lei, lei avrebbe perso il posto in cui voleva esser sepolta.
Gli orsignani vivevano in un mondo tutto loro, con regole loro, e della città rifiutavano tutto. Persino la spiegazione del nome del loro posto. Orsigna, stando agli storici, veniva dal fatto che la valle, menzionata già in documenti dell'anno Mille, era piena di orsi (da qui i due che sono nello stemma di Pistoia), ma secondo gli orsignani il nome avrebbe a che fare con una principessa Orsinia (degli Orsini?) esiliata qui ad espiare un «fallo d'amore». Le sue guardie erano protette da grandi armature e solo quando si spogliavano per prendere il sole su uno dei colli si vedeva che erano delle magnifiche ragazze. Quel posto si chiama ancora Le Ignude. «Lì ci si sente», mi dicevano gli orsignani, indicandomi i ruderi di un posto che si chiama Il Castello (quello della principessa?), ma che tutt'al più poteva essere stato un gruppo di misere casupole di pietra. Io stavo in silenzio a cercare di sentire i lamenti antichi della Orsinia, ma non ci riuscivo. «Ci vuole che tu abbia il secondo udito e la seconda vista», diceva Guidino, un vecchio piccolo piccolo che mi era amico. Lui quei secondi sensi li aveva tutti. Viveva in una casa tutta nera di fumo, ma era un poeta nato, e vinceva regolarmente le gare di contrasto in cui, davanti ad una damigiana di vino, i vari poeti del paese si sfidavano a cantare, a rime alterne, uno difendendo le virtù della donna mora, l'altro quelle della bionda; uno i pregi del sole, l'altro quelli della luna. Oggi nessuno canta più di contrasto ad Orsigna. Col passare degli anni tante cose anche qui sono cambiate. È arrivata la televisione ed attorno al camino, la sera, la gente non ci sta più a conversare. La maggioranza dei pastori sono scesi in pian o e i loro figli son diventati cittadini. Eppure molti di loro tornano, rifanno le vecchie case, tornano per andare a funghi, per vedere sorgere il sole dalle cime e per ballare in piazza sotto l'unico monumento del paese, un piccolo Cristo di marmo a braccia aperte. Torno sempre anch'io e sempre più mi domando se, dopo tanta strada fatta altrove, in mezzo a tante genti diverse, sempre in cerca d'altro, in cerca d'esotico, in cerca d'un senso all'insensata cosa che è la vita, questa valle non sia dopotutto il posto più altro, il posto più esotico e più sensato, e se, dopo tante avventure e tanti amori, per il Vietnam, la Cina, il Giappone ed ora per l'India, l'Orsigna non sia - se ho fortuna - il mio vero, ultimo amore.


sfoglia aprile